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22 ottobre 2010 Scafati

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Giulio Tarro e Pasqualino Mauro ricevono il VII premio Giovanni Paolo II

Chairman e relatore al Congresso Mondiale sui Vaccini, Pechino 2011 - 4 filmini

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Relatore al Congresso Mondiale sugli Anticorpi, Pechino 2011 - 3 filmini

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Riceve il Premmio "Global Education Award"

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conclusasi con ottimi risultati la Prima edizione ....."una goccia per la Vita"

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lunedì 1 giugno 2009

Giulio Tarro
Chairman Comitato Biotecnologie e Virosfera UNESCO
Bioetica e Sport
Relazione al Convegno “Sport giovanile aspetti medici e sociali”
Marano di Napoli, 29 maggio 2009

“Muoversi è libertà”: ogni giorno, in mille luoghi del pianeta, correre, giocare, allenarsi, disputare una partita, significa anche affermare la libertà e il diritto fondamentale al movimento, o utilizzare il gesto sportivo per rivendicarli. Muoversi per sentirsi liberi. In qualche caso è come se il gesto sportivo offrisse ai giovani la possibilità di esprimersi in una lingua “diversa” che consenta di comunicare con il mondo e di realizzarsi. Lo sport è considerato tra i giovani una delle ruote più importanti per lo sviluppo della vita, svolge un ruolo importantissimo nella formazione, nello sviluppo e nell’educazione, per molti esso è un’opportunità con cui tenere in allenamento il fisico e la mente, per altri ancora una guida educativa molto importante. Lo sport è legato alle passioni, si sceglie senza mezzi termini chi sostenere fino all’ultimo, chi seguire con il fiato sospeso; ogni disciplina sportiva ha intorno una massa di tifosi che si sentono parte di un mondo speciale dove spesso i toni, il linguaggio e le parole sono comprese solo da chi vi appartiene e non è importante se “gli altri non capiscono”. L’importante è sapersi riconoscere, anche tra chi non si è mai visto, e sapere, anche solo per un momento, di far parte di un “piccolo cosmo” dove si consumano passioni comuni. Lo sport è una straordinaria fabbrica di continue emozioni, a volte le proviamo in solitudine, a volte in un piccolo gruppo: l’evento sportivo, sia esso un grande successo o una cocente sconfitta, viene vissuto come un pezzo di storia individuale e collettiva, con tutte le emozioni che ne seguono.
Ma cosa significa per un giovane avere successo nello sport?
Significa porsi degli obiettivi, raggiungerli grazie al nostro impegno e alla fiducia in noi stessi, significa assaporare una piacevole sensazione di soddisfazione sia durante l’attività sia quando si è conclusa.
Un ulteriore aspetto su cui soffermarsi è la capacità di vivere in gruppo; sentirsi parte di un determinato contesto sociale è uno dei bisogno primari di ciascun individuo. Infatti una delle principali motivazioni dei giovani allo sport è legata al desiderio di vivere e di raggiungere obiettivi sentendosi parte di un gruppo.
L’evidenza formativa di questa abilità è fuori da ogni dubbio: saper rispettare le regole del gruppo e collaborare anche in un ambiente competitivo sono abilità interpersonali che ciascuno di noi deve avere.
L’attività sportiva rappresenta uno strumento indispensabile all’apertura dell’educazione all’ambiente locale, all’Europa e al resto del mondo; essa è particolarmente adatta agli obiettivi di lotta contro qualsiasi forma di discriminazione, di genere, persone portatrici di handicap e nella lotta contro il razzismo.
Lo sport è stato a lungo, in passato, vissuto come una prerogativa d’élite: a praticarlo erano giovani, uomini, persone con disponibilità finanziaria. Oggi lo sport è un’attività aperta a tutti, ma il numero dei praticanti è in continuo calo. Secondo il Censis, il 39.6 % degli italiani che hanno più di 18 anni svolge un’attività fisica in modo continuativo: fino a 35 anni questa cifra sale al 53%, tra 56 e 70 riesce ad ottenere un lusinghiero 23.1 %. Le donne si sono avvicinate molto agli uomini come percentuale di praticanti in alcune discipline: su 100 uomini 47 fanno sport; su 100 donne 33.
Innumerevoli sarebbero le angolazioni per affrontare un discorso sullo sport. Essendo chi vi parla un medico che da decenni si è occupato di Bioetica, mi sia consentito soffermarmi su alcuni aspetti bioetici e medici dell’attività sportiva.

Lo sport è oggi un fenomeno di massa che muove nel nostro Paese decine di miliardi di euro all’anno. Nasce da qui la diffusione del doping, una pratica oggi non più confinata a qualche isolato atleta ma che vede oggi l’attiva collaborazione di case farmaceutiche, strutture sportive e – mi duole particolarmente dirlo – medici che, utilizzando le più innovative ricerche farmacologiche, alimentano un lucroso mercato.
La pratica del doping sta dilagando per la sfrenata commercializzazione che sta attualmente conoscendo lo sport, soprattutto a seguito della recente esplosione dei diritti televisivi associata ai grandi contratti di sponsorizzazione. Tale commercializzazione, con le miliardarie poste in palio che ne derivano, ha portato ad una moltiplicazione delle competizioni sportive e alla riduzione dei tempi di recupero, il che provoca anche l'accorciamento della vita sportiva del professionista. A questo sono da aggiungere gli effetti perversi di contratti stipulati fra alcune associazioni sportive e i loro sponsor, che assegnano retribuzioni in funzione dei risultati ottenuti.
La lotta contro la piaga del doping, oltre a necessitare di nuovi strumenti legislativi e di indagine farmacologica, ha suscitato importanti riflessioni bioetiche in parte scaturite dai lavori della “Commissione europea per il Piano di sostegno comunitario alla lotta contro il doping nello sport”. Tra le linee guida dei lavori della Commissione vi sono: il diritto di tutti, anche per gli sportivi come per tutte le altre categorie di cittadini, alla sicurezza e alla salute; il principio d'integrità e di trasparenza in nome del quale deve essere garantita la regolarità delle competizioni sportive; l'attenzione particolare che deve essere rivolta alle persone più vulnerabili e, in particolare ai giovanissimi, oggi particolarmente attratte dallo sport professionistico.
Sulla base di tali principi etici, la Commissione in due suoi documenti del 2007 ha proposto un certo numero di azioni tra le quali l'istituzione di un servizio specializzato di aiuto sanitario, psicologico e di informazione per gli sportivi; l'adozione di nuovi strumenti legislativi sulla protezione dei giovani sportivi, segnatamente di quelli che aspirano a divenire professionisti; l'incoraggiamento della ricerca epidemiologica sulla salute degli sportivi; l'organizzazione di conferenze sul tema del doping e della salute degli sportivi; l'inserimento nei contratti degli sportivi di menzioni relative al doping e al suo divieto; l'adozione di una dichiarazione comune equivalente ad un codice di buona condotta nel settore dello sport, al termine di una conferenza europea sul doping.
Una problema di rilevante interesse famacologico e bioetico resta comunque quali sostanze debbano essere considerate dopanti “tout court” e quali invece, possano esser considerati semplici “ergogeni”. Come è noto per i primi, ad esempio gli steroidi anabolico-androgeni, esistono precise tabelle, redatte e periodicamente aggiornate dai comitati sportivi nazionali e internazionali, che li identificano senza ombra di dubbio. Molto più sfumata è, invece, la posizione degli ergogeni e cioè sostanze (ad esempio, la caffeina), utilizzati nel tentativo di migliorare le funzioni fisiologiche, psicologiche o biomeccaniche. Esistono invero delle soglie di concentrazione che delimiterebbero il campo tra le due categorie ma, al di là della estrema difficoltà di identificare queste o, addirittura della impossibilità di identificare sostanze secrete naturalmente dall’organismo con quelle di sintesi come - ad esempio l'eritropoietina (che, vista la pervicacia delle industrie farmaceutiche che la producono a non volere aggiungere sostanze che ne permettano la rintracciabilità, resta di quasi impossibile identificazione) - restano gravi le responsabilità del medico sportivo nel definire quali sostanze e in quali dosaggi debbano essere prese dall’atleta per migliorare le sue performance.

A tal riguardo mi sia consentito riportare le riflessioni di uno dei più stimati medici sportivi italiani, che non ritengo opportuno qui nominare: “Ho avuto diverse esperienze con i cosiddetti aiuti ergogeni per lo sport, a vari livelli. Quando ero un atleta universitario, ho preso delle sostanze ergogene per lo sport di tipo nutrizionale, come gli integratori proteici, nel tentativo di aumentare la massa muscolare per il football americano (rugby). Come maratoneta e ultramaratoneta, ho fatto ricorso alla caffeina, una sostanza ergogena legale, sotto il profilo sportivo, per cercare di migliorare la capacità di durata aerobica. In qualità di allenatore, sia nelle scuole superiori che all'università, ho usato aiuti ergogeni di natura psicologica per cercare di migliorare la prestazione fisica dei miei atleti (sebbene debba ammettere che, a quel tempo, non li conoscevo sotto il termine di " ergogeni psicologici per lo sport"). Come scienziato dello sport, da oltre 30 anni, la mia ricerca si è focalizzata sugli ergogeni per lo sport, comprendendo in ciò gli aiuti ergogeni per lo sport di tipo fisiologico, farmacologico e psicologico.” Sorge a questo spunto spontanea la domanda su quale debba essere il limite invalicabile nel “miglioramento delle prestazioni” dell’atleta. È possibile definire questo limite visto che l’anima stessa di un certo modo di intendere lo sport è proprio quello di superare i limiti?
L'utilizzo di sostanze chimiche per aumentare le performance sportive non è un fenomeno nuovo. Oggi, però, l'atleta è sempre più ossessionato dal primato e dalla prestazione al di là dei limiti umani. Questo risulta particolarmente vero per l'atleta professionista, continuamente spinto a superarsi, incalzato com'è dalla pressione dei media e degli sponsor. Per rispondere a esigenze di questo tipo, la preparazione dello sportivo ha dovuto raggiungere un grado di professionalità e scientificità sconosciuto nel passato. E, in questo contesto, lo sport è arrivato a chiedere, sempre più di frequente, aiuto alla medicina, nel tentativo di superare barriere e infrangere record fino a ieri considerati insormontabili. Se a ciò si aggiunge che viviamo in una società "farmacocentrica", tesa a trovare soluzioni nei farmaci anche per i problemi che nulla hanno a che fare con la medicina, apparirà chiaro che il fenomeno doping non sia altro che un particolare aspetto di questa "farmacomania". Ma, in campo sportivo, la "farmacomania" acquista un significato particolare: appellandosi a essa, l'atleta infrange una legge fondamentale dello sport, la lealtà. Cercare, in una gara sportiva, di ottenere vantaggi con metodi non ammessi, significa falsare il risultato, anche quando il risultato sperato non è raggiunto.
Si tratta, quindi, di stabilire fino a che punto l'intervento medico sia lecito e quando, invece, esso superi i limiti imposti dall'etica professionale e sportiva. La medicina, per sua stessa natura, dovrebbe limitarsi a svolgere un'azione nell'ambito della prevenzione e della cura delle malattie. In campo sportivo, l'utilizzo di pratiche mediche dovrebbe essere limitato alla prevenzione degli infortuni e di eventuali stati patologici, conseguenza dell'attività agonistica, al controllo dietetico e nutrizionale, oltre che al controllo dello stato di salute psico-fisico dell'atleta.
Ma il divieto di far uso di doping ha anche natura bioetica. L'atleta che lo viola compie un atto sleale, indipendentemente dal fatto che il giovamento in termini di prestazione sportiva sia effettivo, dubbio o, addirittura, inesistente. Ritengo che lo sport debba ancora sottostare ad alcuni principi generali, tanto in ambito dilettantistico, quanto in ambito professionistico. Fintanto che lo sport è sport e non spettacolo, la lealtà nella competizione rappresenta uno dei più importanti di tali principi. Quando il calcio, l'atletica, il ciclismo e altre discipline sportive, maggiori e minori, saranno equiparati a qualsiasi altra performance artistica, allora tutto sarà lecito, ferma restando la condizione di non ledere la salute del protagonista.
Il medico sportivo che somministri farmaci e attui pratiche, semplicemente per accrescere le potenzialità dell'atleta, qualora non lo richieda una situazione patologica, compie, quindi, un atto certamente scorretto dal punto di vista bioetico. Infatti, qualsiasi scelta in medicina deve essere valutata nei termini del rapporto tra beneficio apportato alla salute dell'individuo e rischio che comporta per lo stesso. Quand'anche il rischio implicato fosse noto - e spesso non lo è appieno - è chiaro che il beneficio delle manovre dopanti è nullo, per quanto riguarda la salute dell'atleta. L'atleta è un individuo sano, anche se a rischio di sviluppo di patologia acuta o cronica, conseguente alla sua attività. In quest'ottica la medicina, intesa come pratica in grado di alterare le risposte fisiopatologiche dell'individuo, non deve occuparsi di favorire la prestazione in altro modo che ottimizzando nutrizione e metodiche di allenamento. La questione del doping, quindi travalica gli aspetti bioetici per divenire deontologica. E a tal riguardo è interessante osservare l’evoluzione che questo tema ha conosciuto nella riformulazione dei codici deontologici del medico che si sono succeduti negli ultimi anni.
Il Codice Deontologico del Medico approvato il 7 gennaio 1978 non riportava alcun articolo espressamente dedicato alla Medicina dello Sport . Significativamente il Codice Deontologico approvato il 15 luglio 1989 riservava invece ben 6 articoli alla Medicina dello Sport ( dall’articolo 102 all’articolo 107). Tra questi molto interessanti sono gli ultimi tre. Segnatamente l’articolo 105 affermava: "Il medico non deve dare la propria collaborazione ad attività sportive che abbiano per obiettivo il perseguimento del danno fisico grave dei contendenti". Si tratta di una norma tra le più specifiche e pregnanti del Codice del 1989 . Se da un alto l’organizzazione medica prende atto che il professionista è fortemente impegnato nell’ambito delle attività sportive, sia per le implicazioni inerenti la tutela della salute che sono loro proprie, sia per la costante previsione di un giudizio medico, pregiudiziale al riconoscimento idoneativo, si nota, dall’altro, la posizione inequivoca assunta dalla Federazione ordinistica dinanzi ad un fenomeno i cui limiti tendono, con sempre maggiore evidenza, a sfumare nella pratica illecita, ove lo sport e l’agonismo si confondono con l’esaltazione della violenza e dell’aggressività. Anche senza che vi si ponga esplicito riferimento, pertanto, è palese come il Codice deontologico abbia inteso sottolineare come la garanzia di promuovere la salute ed il benessere dell’individuo, che è il fine di ogni attività sportiva, non sia soddisfatta idoneamente dall’attività pugilistica, dovendosi perciò astenere il medico dall’offrire la propria collaborazione in siffatte evenienze.
Solo nel Codice approvato nell’ottobre del 1998 si fa espressamente riferimento ai particolari sport che "possano comportare danni all’integrità psico-fisica degli atleti". "Il medico ha l’obbligo, in qualsiasi circostanza, di valutare se un soggetto può intraprendere o proseguire la preparazione atletica e la prestazione agonistica. Il medico deve esigere che la sua valutazione sia accolta, in particolare negli sport che possano comportare danni all’integrità psico-fisica degli atleti, denunciandone il mancato accoglimento alle autorità competenti e all’Ordine professionale". (art. 75)
Risulta comunque diverso l’approccio deontologico rispetto al Codice del 1989. L’articolo 106 del Codice del 1989, infatti, così recita: "Il medico non deve utilizzare trattamenti farmaceutici o di altra natura che possano influenzare artificialmente le prestazioni di un atleta, soprattutto qualora tali interventi agiscano direttamente o indirettamente modificando il naturale equilibrio fisico-psichico del soggetto. I trattamenti farmacologici o di altra natura finalizzati a migliorare le prestazioni degli atleti non possono essere tenuti segreti. Il medico di medicina dello sport è comunque tenuto a comunicare al medico curante i trattamenti cui intende sottoporre l’atleta".
L’articolo 107 in tema di doping espressamente afferma: "Il medico non può consigliare, prescrivere e comunque fare ricorso a trattamenti di Doping"Interessante come nelle definizioni di doping sottese a questi articoli è la differenziazione tra: il doping come reato (frode) in sé e il doping come reato contro la salute . Dello stesso tenore, la definizione di doping data da una Commissione parlamentare istituita appositamente per studiare il problema; nel doping si evidenziano due elementi essenziali: a) "l’utilizzo nell’atleta sano di interventi farmacologici (compresi quelli ematologici, endocrini, ecc)…in assenza di una necessità terapeutica; b) l’intento di commettere un dolo per migliorare le prestazioni agonistiche al di fuori dell’adattamento biofisiologico dell’allenamento".
E’ stato giustamente fatto notare che non bisogna tralasciare come "oltre alla confliggenza con i classici canoni dell’etica sportiva.. anche la possibilità (ed in alcuni casi probabilità quando non addirittura certezza) che l’utilizzazione delle sostanze suddette si profili produttiva di situazioni di pericolo per la salute individuale di rilevanza giuridica e medico-legale " .
Il Codice Deontologico approvato nel 1995 dedica tre articoli al tema specifico della Medicina dello Sport. L’articolo 92 afferma: "Il medico non deve utilizzare trattamenti farmacologici o di altra natura che possano influenzare artificialmente le prestazioni di un atleta, soprattutto qualora tali interventi agiscano direttamente o indirettamente modificando il naturale equilibrio psico-fisico del soggetto. Il medico non può consigliare o prescrivere trattamenti di “doping”. Il medico dello sport è comunque tenuto a comunicare eventuali terapie al medico curante. Il medico deve segnalare all’Ordine professionale ogni prescrizione o suggerimento di assunzione effettuati da medici o da non medici, di farmaci, “integratori alimentari” o sostanze di cui ai primi due commi del presente articolo".
Non solo vi è stato un accorpamento di articoli rispetto al precedente Codice, ma soprattutto si invita il medico a segnalare all’Ordine ogni prescrizione o suggerimento effettuati da medici o non medici di sostanze che possano modificare l’equilibrio psico-fisico del soggetto o trattamenti dopanti. E viene esplicitamente sottolineato come non solo la prescrizione, ma anche il suggerimento comporta la segnalazione all’Ordine, al quale viene assegnato un ruolo rilevante nella lotta al doping . Gli articoli del Codice in riferimento al tema del doping trovano la loro giustificazione per il fatto che "occorre sempre considerare anche che i rischi cui l’individuo si espone non sono mai proporzionali agli obiettivi da raggiungere. Qualsiasi consenso fornito dall’interessato non può mai esimere il medico dalle sue responsabilità, considerando che è in discussione la salute dell’individuo che, come è noto, non è un bene disponibile" .
Il Codice Deontologico approvato nell’ottobre 1998 dedica tre articoli alla Medicina dello sport. In modo particolare uno di essi è espressamente dedicato al tema doping (art. 76); limitandosi comunque a riportare il primo comma dell’articolo n. 92 del Codice del 1995. Sinteticamente possiamo affermare che dal punto di vista deontologico il compito del medico è di: tutelare la salute, l’integrita psicofisica e la vita del soggetto; non prescrivere farmaci senza una necessità terapeutica; ottenere il consenso informato dell’avente diritto; ricordare a sé a ai suoi assistiti che vi sono beni non disponibili, tra cui la salute e la vita.
Questo secondo gli estensori del Codice giustifica il divieto della prescrizione di trattamenti farmacologici o di altra natura che alterino il naturale equilibrio psco-fisico del soggetto. Dal punto di vista etico possiamo certamente affermare che "il doping distorce le basi umane ed etiche dello sport, sia che si tratti di svago sia che si tratti di agonismo. Avvilisce l’essere umano rendendo vani i benefici che derivano dal praticare uno sport. Trasforma la persona dell’atleta in un oggetto: egli viene usato, manipolato e strumentalizzato per scopi diversi, per scopi che non sono quelli dell’attività sportiva…. Mirando a migliorare artificialmente la prestazione sportiva , l’uso di stimolanti attacca uno dei principi basilari dell’attività agonistica, che è quello di incoraggiare la competizione imparziale e corretta, <> " .

In tema di doping confliggono i principi propri dell’etica medica: l’autonomia e la beneficenza/non maleficenza, il principio di giustizia e quello di integrità morale della professione.
Il primo principio, quello di autonomia, chiede che il medico rispetti le richieste dell’assistito formulate in modo libero e informato e che si alimenti e si promuovi l’autonomia decisionale della persona assistita . Esso potrebbe essere interpretato come la legittima volontà di uno sportivo di migliorare anche attraverso preparati farmaceutici la propria prestazione, consapevole dei rischi per la salute che ciò comporta perché edotto in merito dal medico. Ciò, quindi, deporrebbe a favore della moralità della prescrizione e assunzione di sostanze dopanti.
Il principio di beneficienza esige che il medico faccia il bene del proprio malato, rimuovendo il male che lo ha colpito e prevenendo future sofferenze. Il principio di non maleficenza chiede che il medico non arrechi danno al proprio assistito. Il medico è chiamato quindi a promuovere e salvaguardare la salute, intesa come bene essenziale per il suo assistito. In base a questo principio, il medico dovrebbe opporsi alla richiesta dello sportivo di somministrare sostanze che possano in un tempo più o meno lungo arrecare danno. Il principio di giustizia chiede che si valutino le ricadute, le conseguenze sociali (ossia gli effetti positivi o negativi su terzi) di una decisione clinica presa nell’interesse di un malato e che si ripartiscano equamente gli svantaggi, i benefici e gli oneri complessivi (attuali e futuri, immediati e a lunga scadenza) provenienti da un’azione inizialmente progettata e realizzata all’interno della diade medico-paziente. L’alterazione della regolarità delle gare sportive o il solo sospetto di gare truccate gettano un discredito su tutto il mondo sportivo, con conseguenze devastati sulla sua credibilità. Si allontanerebbero da esso non solo gli spettatori e gli appassionati, ma si rischia di promuovere una mentalità sportiva disposta a tutto per di ottenere dei risultati. Le conseguenze sociali dell’uso di sostanze dopanti mostrano l’illiceità morale della loro prescrizione e assunzione.
Il principio di integrità morale della professione chiede che sia rispettata l’autonomia del medico. Egli è chiamato a decidere secondo scienza e coscienza. Il medico non è quindi un mero esecutore delle richieste dei suoi assistiti, ma è chiamato ad assumersi la responsabilità morale dei suoi atti, anche in ordine alle possibili ripercussioni di essi nei confronti della professione medica. Il medico quindi dovrà rigettare l’uso di sostanze che esulano dalle finalità proprie della medicina -prevenire, diagnosticare, curare, riabilitare-, salvaguardando il senso proprio della professione.
Nel dirimere il conflitto tra questi principi, giova ricordare che vi sono beni che possiamo considerare non disponibili, anche se non assoluti. La vita si pone certamente tra questi. Va altresì ricordato che il medico non configura la sua prestazione unicamente come un atto tecnico, ma opera intrisa di valenza etiche imprescindibili.

Come già detto la diffusione del doping travalica i confini degli sport professionistici. Il ricorso ad aiuti artificiali per aumentare le prestazioni fisiche si è diffuso in maniera capillare tra sportivi dilettanti, amatori, nelle palestre, persino nelle scuole. E' della scorsa estate un'indagine promossa dalla ASL di Milano che, utilizzando la formula del questionario anonimo, è riuscita a mettere in luce come tra i ragazzi delle scuole della città sia diffuso l'utilizzo di sostanze dopanti; per giocare a calcio o per rendere al massimo in vasca o in palestra. Come già detto, questa grave situazione scaturisce da una concezione della pratica sportiva intesa come ossessione del risultato immediato, idea diffusa tra molti istruttori sportivi, sempre alla ricerca di nuovi talenti. Una cultura amplificata dai media, giornali e televisioni, che continuano a coprire eventi sportivi su cui gravano sospetti pesanti. Una cultura che diffonde l'idea di competitività spinta al massimo, che non mette al bando i comportamenti più riprovevoli: basta seguire qualsiasi trasmissione sportiva per rendersene conto. Esiste comunque un’altra concezione dello sport che credo debba interessare il medico. Lo sport come gioco, come momento squisitamente ludico; una lettura che, tra l’altro richiama alle radici vere di questa attività (la parola “sport”, infatti deriva dal boccaccesco "diportarsi per diletto e svago da un luogo all'altro").
E' opinione comune che lo sport sia nato nell'età antica, in Grecia, nella terra dei giochi di Olimpia. In realtà le differenze tra i giochi antichi e il moderno agonismo sono tali da escludere ogni possibile paragone: basti pensare al carattere sacro dei giochi greci, che si svolgevano nel- l'ambito di feste e cerimoniali religiosi. In realtà il moderno concetto di sport , secondo lo storico e sociologo tedesco Norbert Elias, è nato all'ombra delle grandi trasformazioni politiche dell'Inghilterra del XVIII secolo, quando, con l'avvento della dialettica parlamentare negli anni Venti, i contrasti cominciarono a perdere parte della loro ferocia. Allora finalmente la sconfitta politica non coincise più con la rovina personale, anzi essa dava nuovo slancio in vista della rivincita. Fu allora che le classi possidenti diedero vita alla «sportivizzazione» dei loro passatempi.
Nel 1751 fu fondata la prima istituzione sportiva, il Jockey Club, per regolare le corse dei cavalli. Gli antichi e spesso crudeli giochi dei nobili divennero nel giro di un secolo domestici e furono sottoposti a precise e universali regole che trovarono ispirazione nello spirito del fair play. Con l'espressione, oggi assai in voga, di fair play non si indicava semplicemente un gioco leale. Nell'ottica delle classi nobili britanniche essa stava a indicare il riconoscimento delle regole del gioco, spesso improntate alla durezza (i padri fondatori del calcio discussero a lungo prima di escludere la liceítà dei calci negli stínchi), e nello stesso tempo la capacità di dissimulare le sofferenze per le sconfitte subite e l'entusiasmo per le vittorie. Del resto l'educazione dei giovani gentiluomini dell'età vittoriana imponeva sacrifici e un'etica dell'autocontrollo indispensabili per affrontare gli spietatissimi conflitti dell'economia e per assolvere il compito di classe dirigente di un impero sterminato.
Questo è il concetto di sport che la nostra società ha ereditato e che, ancora oggi forgia lo sfrenato agonismo che sta dietro a pratiche eticamente scorrette come il doping.
Ma esiste un altro concetto di sport che è quello del gioco nel quale si sperimenta il confronto con l'altro e con i propri limiti, si apprende il rispetto delle regole ed il gusto dell'impegno. Sport come attività che reca in sé una carica straordinaria e affascinante di umanità, di gratuità, di conquista, di coraggio, di pazienza, diventando avventura che riempie di segni, di obiettivi, di speranza. Sport come attività che reca in sé una carica straordinaria e affascinante di umanità, di gratuità, di conquista, di coraggio, di pazienza, diventando avventura che riempie di segni, di obiettivi, di speranza.
Mi sia consentito a questo punto terminare questa relazione con una citazione: "Tutte le parti del corpo che hanno una funzione, se usate con moderazione ed esercitate nell'attività alla quale sono deputate, diventano più sane, ben sviluppate ed invecchieranno più lentamente; ma se non saranno usate e lasciate inattive, queste diventeranno facili ad ammalarsi, difettose nella crescita ed invecchieranno precocemente " L'importanza di queste parole sta nel fatto che furono pronunciate da Ippocrate, il "padre della Medicina" vissuto circa 2500 anni fa; già nell'Antica Grecia erano noti questi concetti, non per nulla furono i Greci ad inventare i Giochi Olimpici.


Prof. Giulio Tarro

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